A MISTERYOUS, UNFORGETTABLE WORLD.

A review of Jonathan Hynd’s work by Thomas Lyon Mills, Professor at Rhode Island School of Design.


The paintings of Jonathan Hynd reward slow, introspective viewing. Many things happen at once: flatness dissolves into spatial transparency, luminous veils of color induce memories of the things we most desire, but that are just out of reach. They walk the line between elegance and brutality, a duality that is extremely difficult to achieve, yet highly desirable. It is a duality that suggests a world view that is spiritually akin to ancient philosophy and Buddhism. Although his work is fresh and new, it can evoke a sense of atrophy, of imploding, of not-existing. We see his paintings somehow indirectly, as if our focus migrates to hidden regions, where linear and chromatic energy agitates and propels the eye.
Like the tightened head of a drum, there is tremendous pressure on the skin of the painted surface and on the asymmetrical edges, all of which seem to optically pulsate. The often blank or open centers of many of his new paintings are reminiscent of the like-minded intentions of blankness in certain Taoist masters’ paintings. Careful study of this blankness gives way to a kind of breathing; unobtrusive vibrations portend the unseen. These subtle moments are filled with smells and tastes and silence, and resist naming.
Jonathan begins his process with discarded cardboard and other found materials in Rome, Italy, his home of over twenty years. The pre-existing cardboard patterns and torn, asymmetrical shapes become his muse for what lies ahead, like a sculptor’s carefully selected piece of marble.
Cardboard, a material peripheral to a tourist’s experience of Rome’s grand monuments, is nevertheless more than urban detritus, for it starts as strong packaging for produce and manufactured goods, and then perhaps beds for the homeless. Jonathan chooses discarded cardboard with precision -- for a provocative linear grid in relief, or an arcane map of lines and stains that suggest the Nile or the Ganges, roads across the dusty landscape of Afghanistan and Sicily, the shadow puppets of Indonesia, or the palimpsest that is Rome, with its layers of ancient and modern.
He begins his process in the studio by carefully preparing the cardboard with layers of gesso and paint that is brushed on, troweled across, and ground into the surface. Then he begins the cycle of making and unmaking. Torn, scratched, and peeled apart layers of the initial, creative stages give way to a physical process that is close in spirit to what happens over hundreds of years to not only ancient painting, but to all things. Time and its consequences are essential to Jonathan’s work. He takes these cyclical events to extremes, resulting in a painterly skin whose surfaces seem to both defy and embrace time.
Jonathan mixes myriad powdered pigments with oil in concentrated amounts, resulting in colors that have a regal opulence like those in Byzantine mosaics, or like shimmering, ancient glass. Other colors give way to somber tones that evoke tragedy. His colors can be both elegant and vicious, but never dirty. In the crevices, rivulets of color pulsate.
White, the most elusive and difficult of colors is prominent in much of his new work. The best painters, from Giotto, Piero, and the Mughal painters, to Mark Rothko and Vija Celmins know the poetic significance of white. White gloves, white marble, fresh milk, pale skin, and acrid bleach find their equivalent in Jonathan’s white.
But to describe how his paintings are made, or how they look, fails to approach their monumental presence. Jonathan Hynd is highly literate and intellectually vigorous, yet modest. He knows what it is to be totally committed as a painter with enormous gifts. One need only slow down, be patient, and enter his mysterious, unforgettable world.



UN' INDIMENTICABILE MONDO MISTERIOSO.

Una recensione del lavoro di Jonathan Hynd di Thomas Lyon Mills, Professore alla Rhode Island School of Design.


I quadri di Jonathan Hynd premiano l’osservazione introspettiva, lenta. Molte cose appaiono allo stesso tempo: la qualità piana si dissolve in una trasparenza spaziale, veli luminosi di colore inducono memorie di cose che desideriamo vivamente, ma che rimangono per noi irraggiungibili. Essi oltrepassano il confine tra eleganza e brutalità, una dualità estremamente difficile da raggiungere, e tuttavia altamente auspicabile. E’ una dualità che suggerisce una visione del mondo spiritualmente molto affine alla filosofia antica e al buddismo. Sebbene il suo lavoro sia innovativo e contemporaneo, può evocare un senso di atrofia, d’implosione, di non–esistente. Vediamo i suoi dipinti come indirettamente, come se la nostra attenzione migrasse verso regioni nascoste, dove l’energia lineare e cromatica turba e incentiva al tempo stesso l’occhio.
Come la membrana tesa di un tamburo, vi è una forte pressione sull’epidermide della superficie dipinta e sui bordi asimmetrici, che sembrano tutti come pulsare alla vista. Il centro spesso lasciato vuoto, o meglio aperto, di molti dei suoi ultimi quadri, richiama alla mente la assai simile ricerca di “vuoto” che si può trovare in certi quadri di maestri taoisti. Uno studio più attento di questo vuoto cede il posto a una sorta di respiro, vibrazioni discrete presagiscono ciò che non è visibile. Questi momenti sottili sono pieni di odori e sapori e silenzi, e resistono ad ogni denominazione.
(…) Inizia il suo processo nello studio, preparando accuratamente il cartone con strati di gesso e colore che vi viene sovrapposto, spatolato, e lavorato sulla superficie. Poi inizia il ciclo del fare e disfare: parti strappate, graffiate, sovrapposizione di strati alle fasi creative iniziali lasciano il posto a un processo fisico che è vicino in spirito a ciò che accade nel corso di centinaia di anni, non solo nella pittura antica, ma in tutte le cose. Il tempo e le sue conseguenze sono essenziali per il lavoro di Jonathan che porta questi eventi ciclici all’estremo, con conseguente pelle pittorica le cui superfici sembrano sia sfidare che abbracciare tempo.
Jonathan mescola una miriade di pigmenti in polvere con l’olio in quantità concentrate, ottenendo colori che hanno un’opulenza reale, come quelli dei mosaici bizantini, o come risplendente vetro antico. Altri colori lasciano il posto a toni cupi che evocano la tragedia. I suoi colori possono essere sia eleganti che violenti, ma mai volgari. Nelle fessure pulsano rivoli di colore.
Il bianco, il più elusivo e difficile dei colori, è prominente molti dei suoi nuovi lavori. I migliori pittori, da Giotto, a Piero della Francesca, ai pittori Moghul, a Mark Rothko e Vija Celmins conoscono la valenza poetico del bianco. Guanti bianchi, marmo bianco, latte fresco, pelle pallida, e candeggina acre trovano il loro equivalente nel bianco di Jonathan.
Ma per descrivere come sono fatti i suoi dipinti, o che aspetto hanno, quello che non si riesce a convenire con le parole è la loro presenza monumentale. Jonathan Hynd è sofisticatamente colto e intellettualmente vigoroso, sebbene assolutamente modesto. Lui sa cosa vuol dire essere totalmente impegnato come pittore di grande talento quale egli è. Per l’osservatore è necessario rallentare, essere paziente, e entrare nel suo mondo misterioso e indimenticabile.

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